<<Sento di dover fare sempre delle cose diverse. Questo può essere disorientante, in una società in cui c’è sempre il bisogno di etichettare chi suona: questo è un rocker, questo è un jazzista… Io penso solo in termini di musica, senza pormi il problema del genere, ma di suonare esprimendo emozioni>>.
Una delle caratteristiche principali del tuo personaggio è legata al fatto che sei uno dei pochi chitarristi di cantanti famosi che è riuscito ad emergere per conto proprio. Eppure ci sono molti musicisti bravissimi che rimangono nell’ombra.
<<Alla base di tutto – risponde Andrea Braido – c’è la personalità. C’è a chi piace fare il gregario tutta la vita, a me no. E’ una cosa che ho sempre sentito dentro e che mi ha portato con grande fatica e sacrifici ad esprimermi attraverso la mia musica. Questo, comunque, non mi impedisce di continuare a lavorare anche per altri. Ho sempre messo volentieri tutte le mie energie al servizio dei cantanti che mi hanno chiamato. Quando suono per un artista cerco di adattarmi alla sua musica e di dare il massimo in feeling e qualità. Ho sempre ìmangiatoì tutta la musica possibile, senza pormi nessun limite stilistico, da John Cage ai Weather Report, dai Deep Purple a Jimi Hendrix… La mia conoscenza musicale la metto a disposizione di ogni singolo cantante: questo è in fondo il mio lavoro>>.
Negli ultimi sei anni hai lavorato molto con Vasco Rossi a cominciare dalla tournée di Fronte del palco fino all’ultimo cd. Parlaci del tuo rapporto musicale con il rocker emiliano.
<<Vasco ha avuto la grande intelligenza di lasciarmi libero di essere Braido in Fronte del palco, senza obbligarmi ad essere quello che fa i pezzi di Maurizio Solieri. Questo è stato il suo merito, dal quale ha tratto vantaggio anche lui. Infatti, ho stravolto i suoi pezzi: li ho rispolverati. Purtroppo non è andata così con la tournée de Gli spari sopra. In quell’occasione non ho suonato come avrei voluto, perché c’era un altro chitarrista: mi reputo abbastanza completo come solista e dividere il palco con un altro per me non è il massimo>>.
Per il nuovo tour Vasco non ti ha chiamato….
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La cosa che più mi ha deluso è di essere stato trattato in maniera molto fredda. Per l’ultimo disco di Rossi ho lavorato molto, soprattutto durante la fase di pre-produzione, in cui ho suonato chitarre, bassi e percussioni. Non mi hanno nemmeno chiamato, ho dovuto farlo io per sentirmi dire: “Abbiamo deciso che non ci sarai, in tournée”. Dopo sei anni che si lavora insieme avrei gradito una considerazione umana diversa soprattutto da parte di Rossi, che non ha mai risposto ai mie messaggi telefonici. Comunque, anch’io ne ho fatte di cotte e di crude. A causa della mia partecipazione al tour di “Zucchero ” [quello di Live at the Kremlin, ndr], Vasco non mi ha chiamato per un anno. L’anno scorso ho dovuto rinunciare al concerto di Rossi allo stadio San Siro di Milano perché ero impegnato nella produzione del disco di Francesco Baccini. A parte questo però con Vasco ho sempre dato il massimo. Forse Rossi avrà detto: “Braido se c’è c’è, se no non c’è” e quindi ha chiamato un altro. Dopo Fronte del palco con Rossi ho sbagliato a non sfruttare delle possibilità che mi venivano offerte, perché sono un’anima scatenata. Però, per me il denaro non è tutto. Prima c’è la musica e i valori della vita: la famiglia, i figli. Quando mi guardo allo specchio voglio poter dire: ho fatto una cosa vera, in cui credo.
Il tuo ultimo cd è un concentrato delle tue composizioni degli ultimi quattro anni. C’è tutta la tua personalità musicale, che ama spaziare da un genere all’altro. Il brano “Libertà accordata” è dedicato a Frank Zappa, un grande che usava fondere insieme musica colta contemporanea al rhythm & blues o al rock.
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Sì, il concetto è questo. Se la musica è fatta bene, la posso apprezzare. Qualsiasi tipo di musica. Il liscio, ad esempio, non è certo uno dei miei generi preferiti, ma se è suonato bene lo posso apprezzare. Per quanto riguarda Zappa, il mio rapporto con la sua musica è iniziato casualmente. A vent’anni mi hanno regalato la cassetta del doppio Shut Up And Play Yer Guitar. Poi, mi sono comprato tutta la serieYou Can’t Do All, The Stage And More, la serie dei sei doppi dal vivo. Suonando dietro ai suoi dischi, mi si è aperto un nuovo orizzonte. Zappa è stata una persona molto onesta, che ha dato la vita alla musica. Il male che ha avuto è sicuramente una conseguenza degli stress che ha patito per fare quello che voleva nella vita. Nel mio piccolo cercherà di portargli onore. Mi trovo, infatti, in una situazione simile alla sua, perché per fare la mia musica devo lottare molto. Potrei fare cose più commerciali, ma voglio suonare quello che sento>>.
C’è un brano del cd Sensazioni nel tempo, che inizia con la chitarra acustica. Il sound a molti ricorderà il Pat Metheny più ispirato alla musica latina ma a me fa pensare soprattutto al chitarrista brasilianoToninho Horta, che ha influenzato molto il mago della chitarra sintetizzatore per certe atmosfere.
<<Esatto. Risento di tante influenze musicali, forse anche perché sono un “sanguemisto”: un po’ spagnolo (da parte di un bisnonno), austriaco, veneto (Braido è un cognome veneto), trentino e ligure. Il pezzo è nato pensando ai paesi caldi, al benessere e alla tranquillità di quando sei al mare e ti godi l’acqua e il sole. Il brano mi evoca vari viaggi che ho fatto in diversi momenti della mia vita, tra cui uno ai Caraibi. Il sound alla Metheny-Horta però è accostato con il mio suono distorto, una delle mie caratteristiche principali, che si sente nel secondo tema. Questo crea un’atmosfera diversa, che rende riconoscibile la mia firma musicale>>.
Hai dedicato un brano, presente nel cd Live al Vapore, a un gigante del jazz Miles Davis (I love Miles). L’improvvisazione jazzistica che tipo di influenza ha avuto sul tuo modo di suonare?
<<Fortissima. Ad un certo punto ho sentito l’esigenza di qualcosa di più del fraseggio rock-blues e ho cominciato ad ascoltare i grandi sassofonisti jazz, in particolare Charlie Parker, padre del be bop. “Bird” è alla base di molto del mio fraseggio: sono molto be bop quando suono il rock. Mi ha influenzato molto anche John Coltrane, altro gigante del jazz, di cui ho approfondito soprattutto la musica del periodo del quartetto con Jimmy Harrison, Elvin Jones e McCoy Tyner. Di Parker, invece, conosco quasi tutti i temi>>.
Spesso hai affermato che avendo iniziato a suonare il rock con la chitarra in modo istintivo, per te è stato duro imparare a leggere la musica. Ma per suonare il jazz hai studiato armonia e teoria musicale o hai usato un altro approccio?
<<Io sono come Venerdì, il personaggio del romanzo Robinson Crusoe, sull’isola deserta, che dice: “Come devo fare per imparare?”. Il mio atteggiamento è stato quello di apprendere per mezzo dell’istinto. Così, per imparare ci ho messo molti più anni di quanti ne avrebbe impiegati uno con un percorso scolastico. Solo che io queste cose le ho vissute, mentre uno che va a scuola vive solo quei due o tre anni di corso e poi finisce lì. Alcuni dei più grandi jazzisti, comunque, non hanno studiato in modo accademico. Per quanto riguarda i chitarristi, Jeff Beck, ad esempio, è l’istinto in persona>>.
A proposito, il tuo suono in “Braido Blues” dal Live al Vapore ricorda quello di Beck in “We’re Ended As Lovers” nell’album “Blow by Blow”, poi ripreso anche in duetto con Eric Clapton, nel live per Amnesty International.
Sì, lì Beck usa una Telecaster. C’è un grande legame tra noi due, anche perché siamo entrambi del cancro. Io sono nato il 26 giugno [1964, ndr], mentre Jeff il 25. Mi sento molto affine a Beck, perché lui ha un grande cuore. Cerco di mettere più feeling possibile nella mia musica, trattenendo molto e dando tutto nel momento giusto.
Parlaci delle tue chitarre.
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Uso le Frudua, realizzate per l’appunto dal liutaio Galeazzo Frudua di Imola, un professionista eccezionale.
Visto il tuo amore per il rock blues e chitarristi come Beck ed Hendrix, come mai preferisci alle vecchie Fender Stratocaster e Telecaster degli strumenti moderni?
Le Frudua che uso di più sono di tipo Stratocaster, la chitarra che ho suonato per molti anni. Un’eccezione è costituita dalla semi-acustica SHB, tipo “thin-line” Telecaster, uno strumento molto buono. Il modello Braido Signature che mi hanno dedicato, invece, è una super Strato con diverse possibilità in più rispetto ad una Fender. Conservo ancora la mia vecchia Strato, ma uso le Frudua, che mi permettono di fare cose impensabili con un vecchio strumento. Sono chitarre molto versatili con dei preamplificatori incorporati e la possibilità di passare dal suono single-coil al suono humbucking. Sono grosse potenzialità che non trovi in una vecchia chitarra, che dà anche problemi di intonazione e di ponte>>.
Le tue chitarre hanno tutte la tastiera “scalloped”, scavata. Infatti, le corde poggiano solo sulle barrette metalliche dei tasti e non sul legno come succede per le altre chitarre.
<<Una volta che ti abitui a non avere il legno sotto le dita sei più preciso. I bending poi li senti molto di più che con una sei corde normale. Questa passione per i manici scavati è nata quando a 16-17 anni ho scoperto “John McLaughlin”. Infatti, anche le mie acustiche sono scavate, alcune in modo pesantissimo come quelle di McLaughlin ai tempi degli “Shakti” e hanno il caratteristico suono del sitar. In seguito ho scoperto che anche le Stratocaster di Blackmore sono scavate e nei video si vede>>.
E l’amplificazione?
<<Uso dei Marshall, l’Anniversary LM (valvolare a tre canali) e la riedizione del combo Bluesbreaker, reso famoso da Eric Clapton. Non rinnego i Soldano ma sono tornato ai Marshall per avere un suono più British. Questi ultimi sono amplificatori che se sbagli non ti perdonano, non ti aiutano: viene fuori quello che fai realmente>>.
Usi corde molto sottili?
<<Uso le Roks .009 della De Salvo di Mogliano Veneto (Treviso), di cui sono endorser. Sono corde molto brillanti e robuste, che resistono ai mie attacchi selvaggi con la leva del vibrato. Sono endorser di Frudua, Meazzi per i Marshall e New Kary per le chitarre acustiche Washburn e classiche Ramirez. Queste sponsorizzazioni sono state pensate molto in base alla qualità dei prodotti e anche alla possibilità di trovarli facilmente in Italia. Con tutte queste ditte, comunque, ho un ottimo rapporto di collaborazione.>>
Hai sempre suonato con le dita della mano destra o in passato hai anche utilizzato il plettro?
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Il plettro, ormai, l’ho abolito da 10 anni>>.
Suoni da parecchio con i musicisti veneziani Davide Ragazzoni (batteria) e Stefano Olivato (basso): come è nata questa collaborazione?
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Davide l’ho conosciuto nell’83 in Trentino e l’affiatamento è nato suonando per Patti Pravo. Poi si è unito a noi Stefano e abbiamo formato il trio, con cui ho fatto tantissimi concerti. Con entrambi c’è un ottimo rapporto di amicizia e stima personale. Se questo disco è uscito è anche merito di Davide, perché si è dato molto da fare>>.
Come mai hai scelto di realizzare Dottor Kranius con una piccola etichetta indipendente che esiste da un anno, la Srazz di Marghera, Venezia?
<<L’anno scorso abbiamo lavorato insieme per il Live al Vapore, da lì è nata l’idea di fare il nuovo disco. Comunque, se alla Srazz continuano a lavorare così, penso che insieme realizzeremo tanti altri progetti. La scelta di una piccola etichetta è anche dettata dal fatto che le multinazionali pensano soprattutto a fare dischi commerciali. Poi nel piccolo si lavora meglio. Non escludo che la Srazz possa crescere molto, come è successo alla Windham Hill!>>.
Nel comporre e nel suonare ami spaziare tra diversi generi: ti capita mai di aver paura di fare un “minestrone” o di perderti in un discorso musicale confuso?
<<Certo, passo dei momenti di crisi, in cui mi chiedo dove sto andando. Senz’altro il genere che suono meglio è il rock-blues, però è limitante e dopo un po’ mi stufo a fare solo quello. La mia formazione di musicista è avvenuta attraverso le più disparate forme musicali e per me è difficile racchiudere quello che sento in un unico genere. Sicuramente adesso farà tre o quattro cd, ognuno in una direzione musicale precisa, però non ci sarà un disco che rappresenterà sempre la mia immagine. Sento di dover fare sempre cose diverse. Questo può essere disorientante, in una società in cui c’è sempre il bisogno di etichettare chi suona: questo è un rocker, quello è un jazzista… Io penso solo in termini di musica, senza pormi il problema del genere, ma di suonare esprimendo emozioni>>.
Insegni ancora?
<<No. Ho insegnato per tre anni al CPM di Milano: un’esperienza difficile. Il fatto di essere autodidatta mi ha creato difficoltà. In futuro forse mi limiterà a fare un video didattico, al limite terrò dei seminari o darà dei consigli. Con alcuni allievi sono riuscito ad entrare in sintonia e a trasmettere la mia esperienza, ma con altri ci sono stati problemi di comunicazione. Probabilmente per me è più semplice insegnare a chi ha già delle basi. Quindi, pur avendo cercato di dare il meglio, per onestà mi sono ritirato, anche se ricevo tantissime offerte>>.
Qualche consiglio per i giovani chitarristi?
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Se tu nasci con la musica dentro, devi essere disposto ad affrontare tutti i sacrifici che il fatto di suonare comporta. Poi è importante coltivare l’umiltà. Ne ho visti tanti che al primo successo hanno perso la testa e questo è sbagliato>>.
Michele Bugliari

Copertina di Chitarre per Braido
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